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Kader Abdolah · La casa della moschea

Questo romanzo mi ha suscitato molte emozioni. L’autore ci dice che è stato scritto per l’Europa, come riportato nel risvolto di copertina, ma credo che sia anche un romanzo scritto per l’autore stesso, per interiorizzare in qualche modo quello che è accaduto al suo paese, oltre che per condividere quella che per molti versi è una lettera d’amore alla propria terra. Un amore che trapela proprio da ogni riga, ed a cui è difficile rimanere indifferenti, anche, o forse soprattutto, quando magari idealizza un po’ troppo il passato.

Però è meglio se vado in ordine. La casa della Moschea racconta un breve arco temporale nella storia di una millenaria moschea della città iraniana di Senjan, proprio negli anni a cavallo tra la caduta dello scià e la rivoluzione iraniana del 1979. La famiglia che gestisce la moschea è portatrice di tradizioni antichissime, che arriveranno in qualche modo a scontrarsi con l’avvento della modernità, e faranno fare ai vari componenti della famiglia scelte molto diverse, soprattutto in vista della rivoluzione islamica.

Ci credo quando Abdolah dice che è un libro scritto per l’Europa. Dietro alla storia narrata c’è quasi un’opera di istruzione: quella di raccontare l’Iran dall’interno e da un punto di vista più umano che geo-politico, perché prima di tutto ci sono le persone. L’obiettivo credo sia stato raggiunto: al di là delle scelte anche terribili che alcuni membri della casa decideranno o saranno portati a fare, La casa della Moschea ci aiuterà a capire il perché di queste scelte, la loro umanità o disumanità, e facendo questo ci fornirà uno sguardo su una nazione che ho trovato davvero di grande valore.

[Iperborea · 500 pagine · isbn 9788870911633]

Liu Cixin · Il problema dei tre corpi

Quando ho letto fantascienza l’ultima volta? Mesi fa? Anni? Sono stato un avido consumatore del genere, poi un po’ mi è passata la smania mentre andavo alla scoperta di altri lidi. È stato piacevole tornare «a casa» con un libro che racchiude diversi interessanti spunti di novità.

Prima di tutto l’ambientazione: non sono certamente abituato (io e credo buona parte del mondo «occidentale») ad un romanzo cinese e di ambientazione cinese, soprattutto se calato come in questo caso nella storia del paese stesso, che riveste un ruolo importante. Che dire poi dell’aspetto scientifico: Il problema dei tre corpi è davvero un romanzo di fanta-scienza (o science fiction, se preferite). Liu Cixin ha una formazione ingegneristica, ma in questo libro la fa da padrona senza dubbio la fisica, insieme a tante altre branche scientifiche e tecniche. È un tipo di fantascienza che negli ultimi anni ha preso abbastanza piede, e devo dire che non mi dispiace: del resto non si può parlare soltanto di alieni e minacce spaziali.

Ah… mi dicono però che è proprio quello di cui parla questo libro! Vero. Però ne capovolge decisamente la classica struttura, diventando per lo più un romanzo di investigazione, ricco di suspense ed anche con interessanti momenti di azione, con alcuni personaggi curiosi dal gusto quasi hard boiled.

La storia non si conclude con la fine del libro, e del resto ci sono già due sequel tradotti in Italia. Però la sospensione della storia non lascia l’amaro in bocca, e secondo me è un bel libro anche da solo. Infatti non sono certo che leggerò i prosieguo, preferisco forse rimanere con la vicenda aperta, per provare ad inventarmi un mio finale.

È stato un bel ritorno alla fantascienza, uno di quei libri che non riesci a «mettere giù» e che al contempo per me ha portato qualcosa di nuovo nel genere. Mi dispiace solo non averlo letto in inglese: se ben capisco questa è una traduzione in italiano della traduzione inglese dell’originale cinese. Un po’ troppi passaggi, forse.

Un ultimo avvertimento: cercate di non leggere il riassunto che Mondadori ha messo (almeno nella mia edizione) nel risvolto di copertina. Secondo me dice davvero troppo, e vi rovinerebbe qualche colpo di scena.

[Mondadori · 354 pagine · isbn 9788804680604]

Anna Banti · Noi credevamo

Domenico Lopresti, il protagonista di questo romanzo, ci racconta in prima persona la sua partecipazione attiva al Risorgimento italiano. Dai moti contro il regno borbonico, che gli farà passare lunghi anni nelle terribili carceri del Regno delle Due Sicilie, poi nelle spedizioni garibaldine, infine come una specie di esule politico a Torino. Di incrollabile fede repubblicana, vive con dolore e rabbia il fatto che l’unificazione d’Italia non porti alla nascita di una repubblica, ma rimanga invece sotto il giogo di un re, diverso, ma per molti versi uguali all’odiato Borbone.

È proprio questa rabbia il filo conduttore di tutto il romanzo. Domenico ci racconta la sua vita in un lungo flashback che si dipana durante i suoi ultimi giorni, e quello che unisce tutte le vicende della sua esistenza è appunto la rabbia, la disillusione e l’amarezza per la distruzione di tanti ideali. È una rabbia che non si concentra soltanto sugli altri, ma anche e soprattutto contro se stesso: non c’è piccolo errore o debolezza che non si rimproveri e su cui non si prenda del tempo per un’analisi completa e spietata.

Lo stile di scrittura usato dall’autrice, Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti), si adatta molto bene a mio parere a questo scopo. La prosa è molto densa: le frasi sono secche e definitive come le elucubrazioni ed i giudizi del protagonista. Il tutto si concretizza in un racconto del rinascimento da un punto di vista scevro di ogni propaganda od esaltazione, che ne mette in risalto gli aspetti contraddittori o tragici, nella povertà materiale ed ideale di tanti italiani. Una variante del famoso «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani».

[Mondadori · 344 pagine · isbn 9788804603849]

Matsumoto Seichō · Tokyo Express

Avevo questo libro nella mia lista di lettura ormai da mesi e non ricordavo in alcun modo dove e come ne avessi sentito parlare, né di che cosa si trattasse al di là del fatto che fosse un romanzo. Quando ho finalmente deciso di leggerlo, sono stato sopreso di scoprire di essere di fronte ad un giallo. Sono stato anche contento, perché era un bel po’ di tempo ormai che non leggevo nulla del genere, ed insieme al fatto che prima o poi in Giappone vorrei tornarci, ero davanti alla combinazione perfetta.

Tokyo Express, di un autore di cui non avevo mai letto nulla prima d’ora, non mi ha deluso. Come ogni buon giallo non si riesce a smettere di leggere, ed anche se ogni tanto qualche aspetto della storia risulta un po’ prevedibile, la struttura con il gran finale è ben fatta e del tutto piacevole.

Come la scelta della foto di copertina da parte di Adelphi può far immaginare, tutta la storia si sviluppa attorno al sistema ferroviario giapponese: una rete di trasporto molto sviluppata e sfruttata, che diventa la base per una storia di viaggi e depistaggi su rotaia. Con la tabella degli orari sotto mano, si va alla ricerca dei responsabili di un duplice suicidio che puzza subito di omicidio per chi sa guardare appena al di là delle apparenze.

Le persone tendono ad agire sulla base di idee preconcette, a passare oltre dando troppe cose per scontate. E questo è pericoloso. Quando il senso comune diventa un dato di fatto spesso induce in errore.

Uno degli aspetti della storia che ho molto apprezzato, al di là delle belle ambientazioni che mi hanno fatto tornare al mio viaggio da quelle parti, ormai parecchi anni fa, è stato il fatto che benché ci sia un personaggio che si potrebbe definire principale, l’ispettore Mihara, in realtà la storia e la soluzione del mistero si deve al lavoro anche di un’altro investigatore: Torigai Jūtarō. Quest’ultimo è più di una semplice spalla o aiutante, ma ha bensì un ruolo decisivo ed è altrettanto ben caratterizzato di Mihara, tanto che il romanzo ha quasi due personaggi principali, discostandosi dal solito cliché dell’ispettore intraprendente e che lavora da solo.

Credo che terrò a mente questo autore, per ulteriori letture che spero siano altrettanto piacevoli ed interessanti.

[Adelphi · ebook · 175 pagine · isbn 9788845979842]

Ernest Hemingway · Il vecchio ed il mare

Essenzialmente un libro di poesia, ma in forma di prosa. Una dichiarazione d’amore (ma anche di odio) nei confronti della natura, espressa sempre però con il massimo rispetto anche quando diventa odio. La storia raccontata di per se è quasi marginale, seppure emotivamente forte, e parla di autorealizzazione, dello scopo della vita e del posto dell’uomo nel mondo, solo per citare alcuni dei temi trattati con realismo, ma anche con una certa dose di lievità.

Mentre Hemingway ci parla di questi temi, sembra davvero di essere in mare e di vivere e soffrire lì insieme a Santiago.

Non saprei bene che altro dire, se non che mi è piaciuto moltissimo.

[Mondadori · 94 pagine · isbn 9788804667872]

Laurent Binet · Civilizzazioni

Come sarebbe potuta andare la storia del mondo se Cristoforo Colombo non avesse mai fatto ritorno e fossero state le popolazioni indigene americane a scoprire l’Europa? Questa è la domanda a cui vuole rispondere, ovviamente in maniera fantasiosa e romanzata, questo libro, costruendo una piacevole ucronia partendo da quello che conosciamo delle civiltà del continente americano.

L’autore riesce a costruire un contesto di premesse per cui la versione diversa della storia raccontata possa sembrare in qualche modo plausibile, e su queste basi racconta l’impatto di una civiltà come quella Inca sull’Europa di inizio cinquecento.

La versione della storia di Civilizzazioni è raccontata in diversi modi nel corso del libro, e ho trovato in queste tipologie di racconto l’aspetto meno riuscito, a mio modestissimo parere, del romanzo. Una parte della storia (la più corposa) è raccontata dal punto di vista di un narratore Inca, solo che questo particolare punto di vista, che avrebbe potuto essere un aspetto di forza, viene spesso perso e non ha «mordente»: il più delle volte sembra Binet, un europeo, a raccontare, più che un Inca. In più, sinceramente, non ho ben chiarissimo che cosa c’entri il racconto finale: è ambientato nello stesso «mondo», ma non si capisce perché raccontare proprio quella storia. Non porta a nulla, e si trova alla fine del libro senza essere una chiusura.

Nonostante questi miei dubbi e critiche, Civilizzazioni è un romanzo che ho trovato davvero piacevole. Ha un bel ritmo che raramente perde nel corso del testo, ed è una bella interpretazione del «e se invece fosse successo».

[La nave di Teseo · 384 pagine · isbn 9788834601853]

Alessandro Manzoni · I promessi sposi

Non credo ci sia la necessità di raccontare, neppure in breve, la trama di questo romanzo. Se non è stato per praticamente tutti noi oggetto di studio scolastico, quantomeno a grandi linee il contenuto è ormai diventato «luogo comune» per tutti gli italiani. Nel caso, poi, il luogo comune fosse sbagliato, non ho qui certamente le capacità o la voglia di correggerlo. Mi concentrerò quindi su alcune valutazioni e pensieri del tutto parziali, in qualche modo sulle sensazioni che ho avuto durante la lettura, considerando che questa è stata la prima volta in cui ho letto i Promessi sposi per più di qualche pagina.

La prima sensazione che ho avuto è di trovarmi effettivamente davanti a qualcosa di epico. Di per se la storia è quasi banale, sicuramente inverosimile in vari aspetti, e di nessuna reale importanza. Ma Manzoni la racconta come se fosse la questione più importante del mondo, e le vicissitudini dei personaggi mi hanno davvero dato, come ho scritto prima, l’idea che stessi leggendo un romanzo epico. Sarà forse in parte l’effetto dello stile di scrittura ottocentesco, ma c’è anche della sostanza a questa mia idea, credo.

La trama, come dicevo, è a tratti inverosimile e quasi «canzonatoria», ciò nonostante è davvero coinvolgente. Manzoni mi ha lasciato spesso con la voglia di sapere come sarebbe proseguita la storia, ad esempio durante una delle sue «elucubrazioni» tangenziali su questo o quel tema più o meno collegato con il resto. Questo è notevole a maggior ragione se si pensa che il contenuto del romanzo è noto, e gli sviluppi della storia non mi avrebbero potuto causare grandi sorprese.

L’aspetto religioso è sempre molto presente nel libro: un po’ per riproporre usanze e modi dell’epoca in cui Manzoni ambienta il romanzo, un po’ per preciso interesse dell’autore. Sulla religiosità dell’autore ci sarebbe molto da dire, e non sono titolato per farlo. Non ho potuto tuttavia non notare come Manzoni distingua molto chiaramente due tipi di religiosità e, soprattutto, di religiosi, come a dire che per essere cristiani sono molto più importanti le proprie azioni che altri aspetti. Nel corso dei Promessi Sposi, l’autore smonta spesso e mette alla berlina quelle persone «religiose» di nome, ma non nei fatti: è molto più cristiano il piccolo frate che impegna tutta la sua vita per gli altri, piuttosto che certi altri più «importanti personaggi».

Venendo ora ai «difetti» del romanzo: il più grosso a mio parere, ma che è un po’ frutto dell’epoca in cui ha lavorato Manzoni, è quello degli «incisi» sugli argomenti più disparati. In queste parti, l’autore si mette a disquisire su argomenti vari, a volte soltanto molto debolmente collegati con la storia principale. In generale, anche rispetto ad altre opere dell’epoca, bisogna dare atto a Manzoni di essere stato abbastanza leggero e breve (il che non vuol dire che ogni volta non partano svariate pagine di argomentazioni), eccetto che in un caso: il racconto della peste a Milano.

Il racconto della peste si trova verso la fine del libro, ed è una cosa così lunga e ricca di particolari e ripetizioni, che viene da chiedersi se Manzoni non volesse scrivere un’opera di storia invece che un romanzo. All’inizio l’ho trovata anche interessante, ma la mia pazienza è pian piano andatasi esaurendo, fino ad arrivare al fastidio: sono decine e decine di pagine. Perché?

Infine il modo in cui viene dipinta Lucia l’ho trovato abbastanza antipatico: una ragazzina stupida, che non sembra in grado di fare un ragionamento non infantile e senza piangere a dirotto. In generale l’immagine della donna non è che sia particolarmente positiva in tutto il romanzo. Sarà frutto certamente del tempo in cui il libro è stato scritto, ma tant’è, così rimane.

Un libro in definitiva per cui ci vuole un po’ di pazienza, ma certamente importante ed anche piacevole, pur con le sue caratteristiche particolari e con quelli che io ritengo i suoi difetti.

[Mondadori · 640 pagine · isbn 9788804672340]

Kazuo Ishiguro · Quel che resta del giorno

Faccio fatica a formulare un parere defintivo su questo libro, e questo per i pensieri contrastanti che mi sono venuti durante la lettura. Da un lato, nella prima parte del libro, mi sono anche divertito a leggerlo, poi pian piano il divertimento si è trasformato in fastidio, fino a lasciarmi, al termine, piuttosto perplesso.

Infatti se per un po’ il racconto del protagonista, maggiordomo inglese «tutto d’un pezzo» al lavoro da decenni in una importante casa nobiliare, è stato sia interessante che in qualche misura divertente per il modo in cui incarnava lo stereotipo del gentiluomo inglese, alla lunga questo stesso calco su uno stereotipo ha reso tutto quanto troppo finto, poco credibile ed ha reso difficile immedesimarsi con il protagonista.

Poi è chiaro che tutto il libro sia una allegoria: racconta di una persona così presa dal suo lavoro da risultare falsa ed anafettiva, che pian piano riesce ad avere un primo barlume di coscienza del suo vero essere e di cosa sia provare un affetto (ad Ishiguro sembrano piacere le allegorie, almeno basandomi sui soli due libri che ho letto suoi, l’altro è Il gigante sepolto che mi è piaciuto molto di più). Però per quello che mi riguarda il risultato, più che commuovermi, è stato quello di farmi provare frustrazione e fastidio durante buona parte del libro.

Bella la traduzione, che ha saputo rendere bene l’eloquenza ampollosa e demodé con cui il protagonista ci parla.

[Einaudi · 271 pagine · isbn 9788806229900]

Colson Whitehead · La ferrovia sotterranea

La Ferrovia Sotterranea (in lingua inglese: Underground Railroad) era una rete informale di itinerari segreti e luoghi sicuri utilizzati dal XIX secolo dagli schiavi afroamericani negli Stati Uniti d’America, per fuggire negli “Stati liberi” e in Canada con l’aiuto degli abolizionisti che erano solidali con la loro causa.

Dalla wikipedia

Se devo essere sincero, non ho ben capito la necessità di «trasformare» in maniera così fantasiosa, come ci viene proposto in questo libro, la natura di questa «ferrovia sotterranea». Se ci si voleva concentrare su altri aspetti, lasciando da parte quelli «tecnici» della fuga di Cora, la protagonista, allora forse sarebbe bastato non parlarne. Se invece lo scopo era quello di aggiungere una sfaccettatura fantasiosa, quasi onirica, alla fuga, ecco che si apre una riflessione sul perché di questa scelta. Forse per aggiungere un aspetto di viaggio, oltre a quello di fuga, a voler simboleggiare la trasformazione, la crescita e l’aspettativa data dall’arrivo (ovvero la libertà)?

Ad ogni modo, nella sua fuga dalla prigionia e dalla schiavitù dei campi di cotone degli Stati Uniti del sud, Cora si ferma in varie «tappe», che le danno modo di raccontarci le diverse modalità con cui gli americani bianchi opprimevano le popolazioni nere. Partendo appunto dallo schiavismo fino ad arrivare ai linciaggi ed alle persecuzioni, passando per altre forme più sottili di oppressione, come ad esempio le campagne di sterilizzazione. In questo viaggio Cora può vedere questi diversi aspetti, e crescere grazie a queste esperienze ed alle persone che ha modo di incontrare.

Per un italiano medio come me, che vive in una società che ha cercato di rimuovere tante cose dalla sua memoria, tra cui appunto lo schiavismo, questa lettura e la ricostruzione di una fuga che l’autore ci propone è un racconto forte ed importante. Sicuramente ho avuto modo di imparare dall’avventura di Cora: una cosa è sentire generalmente parlare della questione dello schiavismo negli Stati Uniti, un’altra è leggere una ricostruzione di come si vivesse in quelle terribili condizioni. Sui livelli di abbrutimento che l’uomo può raggiungere quando opprime i meno fortunati di lui, invece, ormai non mi sorprendo più di niente.

Spero solo che gli aspetti più fantastici del romanzo non spingano qualche lettore a derubricare tutto come una fantasia.

[SUR · 376 pagine · isbn 9788869980879]

Truman Capote · Colazione da Tiffany

Un simpatico e breve romanzo che all’epoca, per le tematiche a cui accennerà nel seguito, ha certamente fatto la storia. Ora per lo più sopravvive, oltre che per il suddetto valore storico, per il fatto che l’interpretazione della Hepburn nel film tratto da questo romanzo sia diventata una icona pop.

Con questo non voglio intendere che sia un brutto romanzo, tutt’altro. È piacevole da leggere e coinvolgente, nonostante non succeda nulla e sia, essenzialmente, un ritratto ed una scoperta della «eroina», raccontata dal punto di vista di un vicino di casa.

Per quello che riguarda le tematiche, a cui avevo accennato all’inizio, ed anche sul perché abbia definito «eroina» il personaggio, Colazione da Tiffany è stato probabilmente una voce importante nell’autodeterminazione della donna, soprattutto per il diritto all’amore libero per il sesso femminile. Ora credo che, al di la di questa importanza storica, sia un romanzo che valga la pena essere letto se si vuole scoprire l’origine di una figura ormai mitica della cultura contemporanea.

[Garzanti · e-book · 110 pagine · isbn 9788811603719]

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© Nicola Poluzzi