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Arsenio e Chiara Frugoni · Storia di un giorno in una città medioevale

Dalle strade e dalle piazze fino al relativo privato delle mura domestiche, questo libro ci porta in un piccolo viaggio nel quotidiano delle famiglie di una città italiana del 1200-1300. Il lavoro, le attività domestiche, il tempo libero e la cura dei bambini sono i principali aspetti toccati dagli autori, che aiutati dal corredo di un ricco apparato iconografico composto principalmente da dipinti e da belle miniature, cercano di immergerci nella giornata di un tempo ormai lontano da noi.

Una lettura interessante e piacevole, che a parte qualche divagazione a mio parere un po’ troppo fuori tema, riesce a raccontare aspetti poco conosciuti ma comunque di gran fascino di un mondo che riteniamo a torto «oscuro» o «poco interessante».

Una nota a parte merita il breve saggio introduttivo di Arsenio Frugoni, che mi è piaciuto davvero in modo particolare. In poche pagine riesce a condensare una grande mole di informazioni, pur rimanendo molto evocativo e quindi facendoci immergere benissimo in alcuni aspetti della vita del duecento e trecento.

[Editori Laterza · 212 pagine · isbn 9788858126349]

Anna Banti · Noi credevamo

Domenico Lopresti, il protagonista di questo romanzo, ci racconta in prima persona la sua partecipazione attiva al Risorgimento italiano. Dai moti contro il regno borbonico, che gli farà passare lunghi anni nelle terribili carceri del Regno delle Due Sicilie, poi nelle spedizioni garibaldine, infine come una specie di esule politico a Torino. Di incrollabile fede repubblicana, vive con dolore e rabbia il fatto che l’unificazione d’Italia non porti alla nascita di una repubblica, ma rimanga invece sotto il giogo di un re, diverso, ma per molti versi uguali all’odiato Borbone.

È proprio questa rabbia il filo conduttore di tutto il romanzo. Domenico ci racconta la sua vita in un lungo flashback che si dipana durante i suoi ultimi giorni, e quello che unisce tutte le vicende della sua esistenza è appunto la rabbia, la disillusione e l’amarezza per la distruzione di tanti ideali. È una rabbia che non si concentra soltanto sugli altri, ma anche e soprattutto contro se stesso: non c’è piccolo errore o debolezza che non si rimproveri e su cui non si prenda del tempo per un’analisi completa e spietata.

Lo stile di scrittura usato dall’autrice, Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti), si adatta molto bene a mio parere a questo scopo. La prosa è molto densa: le frasi sono secche e definitive come le elucubrazioni ed i giudizi del protagonista. Il tutto si concretizza in un racconto del rinascimento da un punto di vista scevro di ogni propaganda od esaltazione, che ne mette in risalto gli aspetti contraddittori o tragici, nella povertà materiale ed ideale di tanti italiani. Una variante del famoso «fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani».

[Mondadori · 344 pagine · isbn 9788804603849]

Alessandro Manzoni · I promessi sposi

Non credo ci sia la necessità di raccontare, neppure in breve, la trama di questo romanzo. Se non è stato per praticamente tutti noi oggetto di studio scolastico, quantomeno a grandi linee il contenuto è ormai diventato «luogo comune» per tutti gli italiani. Nel caso, poi, il luogo comune fosse sbagliato, non ho qui certamente le capacità o la voglia di correggerlo. Mi concentrerò quindi su alcune valutazioni e pensieri del tutto parziali, in qualche modo sulle sensazioni che ho avuto durante la lettura, considerando che questa è stata la prima volta in cui ho letto i Promessi sposi per più di qualche pagina.

La prima sensazione che ho avuto è di trovarmi effettivamente davanti a qualcosa di epico. Di per se la storia è quasi banale, sicuramente inverosimile in vari aspetti, e di nessuna reale importanza. Ma Manzoni la racconta come se fosse la questione più importante del mondo, e le vicissitudini dei personaggi mi hanno davvero dato, come ho scritto prima, l’idea che stessi leggendo un romanzo epico. Sarà forse in parte l’effetto dello stile di scrittura ottocentesco, ma c’è anche della sostanza a questa mia idea, credo.

La trama, come dicevo, è a tratti inverosimile e quasi «canzonatoria», ciò nonostante è davvero coinvolgente. Manzoni mi ha lasciato spesso con la voglia di sapere come sarebbe proseguita la storia, ad esempio durante una delle sue «elucubrazioni» tangenziali su questo o quel tema più o meno collegato con il resto. Questo è notevole a maggior ragione se si pensa che il contenuto del romanzo è noto, e gli sviluppi della storia non mi avrebbero potuto causare grandi sorprese.

L’aspetto religioso è sempre molto presente nel libro: un po’ per riproporre usanze e modi dell’epoca in cui Manzoni ambienta il romanzo, un po’ per preciso interesse dell’autore. Sulla religiosità dell’autore ci sarebbe molto da dire, e non sono titolato per farlo. Non ho potuto tuttavia non notare come Manzoni distingua molto chiaramente due tipi di religiosità e, soprattutto, di religiosi, come a dire che per essere cristiani sono molto più importanti le proprie azioni che altri aspetti. Nel corso dei Promessi Sposi, l’autore smonta spesso e mette alla berlina quelle persone «religiose» di nome, ma non nei fatti: è molto più cristiano il piccolo frate che impegna tutta la sua vita per gli altri, piuttosto che certi altri più «importanti personaggi».

Venendo ora ai «difetti» del romanzo: il più grosso a mio parere, ma che è un po’ frutto dell’epoca in cui ha lavorato Manzoni, è quello degli «incisi» sugli argomenti più disparati. In queste parti, l’autore si mette a disquisire su argomenti vari, a volte soltanto molto debolmente collegati con la storia principale. In generale, anche rispetto ad altre opere dell’epoca, bisogna dare atto a Manzoni di essere stato abbastanza leggero e breve (il che non vuol dire che ogni volta non partano svariate pagine di argomentazioni), eccetto che in un caso: il racconto della peste a Milano.

Il racconto della peste si trova verso la fine del libro, ed è una cosa così lunga e ricca di particolari e ripetizioni, che viene da chiedersi se Manzoni non volesse scrivere un’opera di storia invece che un romanzo. All’inizio l’ho trovata anche interessante, ma la mia pazienza è pian piano andatasi esaurendo, fino ad arrivare al fastidio: sono decine e decine di pagine. Perché?

Infine il modo in cui viene dipinta Lucia l’ho trovato abbastanza antipatico: una ragazzina stupida, che non sembra in grado di fare un ragionamento non infantile e senza piangere a dirotto. In generale l’immagine della donna non è che sia particolarmente positiva in tutto il romanzo. Sarà frutto certamente del tempo in cui il libro è stato scritto, ma tant’è, così rimane.

Un libro in definitiva per cui ci vuole un po’ di pazienza, ma certamente importante ed anche piacevole, pur con le sue caratteristiche particolari e con quelli che io ritengo i suoi difetti.

[Mondadori · 640 pagine · isbn 9788804672340]

Simonetta Agnello Hornby · La Mennulara

La morte di una domestica molto intraprendente, nella Sicilia dei primi ’70, è vissuta in maniera molto complicata dalla famiglia presso cui lavorava, tanto più che la domestica, conosciuta come Mennulara, da anni amministrava il patrimonio della famiglia. Questa donna quanti soldi aveva da parte veramente? E a chi va l’eredità? Al mistero si aggiunge l’improvvisa apparizione, al suo funerale, di un capo della locale famiglia mafiosa. Quali saranno stati i legami tra di loro?

Piuttosto divertente e piacevole, il romanzo è costruito quasi interamente con le chiacchiere ed i pettegolezzi, molto ben rappresentati, che girano per l’intero paese.

[Feltrinelli · 209 pagine · isbn 9788807016196]

© Nicola Poluzzi